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Crescono le detenute nell’Unione Europea, ma gli istituti restano “maschili”
Un rapporto della Commissione Donne del Parlamento Europeo (30/01/2008)


«La popolazione femminile delle carceri rappresenta una minoranza sul totale dei detenuti, ma i loro bisogni specifici non sono tenuti sufficientemente in conto dall'Unione Europea». È questa la denuncia dell'eurodeputata greca Marie Panayotopoulos-Cassiotou, relatrice del rapporto discusso e votato all'unanimità in seno alla commissione dei Diritti della donna al Parlamento europeo. Il documento punta l'attenzione sulla situazione delle donne detenute, popolazione minoritaria ma in forte aumento. Secondo i dati contenuti nel rapporto, le donne rappresentano una debole percentuale della popolazione carceraria dell'Unione Europea, attestandosi a circa il 5%. La Spagna e il Portogallo registrano la maggiore presenza di donne detenute (rispettivamente l'8% e il 10%) ma la maggior parte dei Paesi europei ha recentemente visto crescere questa percentuale in modo importante: ad esempio, la popolazione carceraria femminile è aumentata del 173% in Inghilterra e Galles nel decennio 1992-2002 e addirittura del 410% a Cipro tra il 1994 e il 2003.

Partendo dal presupposto che le strutture carcerarie sono luoghi “attrezzati” per accogliere una popolazione prettamente maschile, il rapporto mette l'accento sulle condizioni di detenzione, il mantenimento delle relazioni familiari e la reinserzione sociale e professionale delle donne detenute. Sotto il primo aspetto, il rapporto ricorda le profonde differenze in termini di bisogni specifici delle donne e degli uomini, come nel caso delle cure sanitarie e di maternità. A questo riguardo, gli eurodeputati domandano alla Commissione e al Consiglio dell'UE di adottare una decisione-quadro sulle norme minime di protezione dei diritti dei detenuti sulla base dell'articolo 6 del Trattato dell'Unione Europea, e che tenga conto dei bisogni specifici delle donne.

Per questo motivo, i deputati europei fanno appello alle istituzioni penali degli stati membri raccomandando loro di garantire alle donne incinte di poter beneficiare delle cure adeguate, sia prenatali che dopo la nascita. Posto che un grande numero di donne detenute sono anche vittime di atti di violenza, di abusi sessuali o di maltrattamenti, il rapporto invita ugualmente gli stati membri a fornire un sostegno psicologico alle donne in carcere, in particolare a quelle che hanno vissuto questi tipi di violenze, oltre che alle madri, responsabili di famiglie e di minori. Dai dati si evince che più della metà delle donne rinchiuse nelle carceri europee siano madri di almeno un bambino e questa percentuale raggiunge picchi particolarmente elevati in Spagna e Grecia.

Un altro problema sul quale il rapporto si sofferma è la preservazione dei legami familiari: considerato il numero ridotto di istituti penitenziari che ospitano donne, molto alta è la probabilità che le stesse siano imprigionate anche molto lontano dalle loro case e comunità, rendendo per questo più limitate e difficili le possibilità di ricevere visite. La sfida è creare un ambiente che bilanci il necessario bisogno di sicurezza che normalmente si attende da un istituto penitenziario con la capacità di offrire delle condizioni favorevoli al mantenimento di buoni contatti delle detenute con i familiari. Quanto alla reinserzione sociale e professionale delle detenute, il rapporto ribadisce che il carcere deve avere finalità rieducative oltre che punitive e porre in essere le condizioni per un migliore reinserimento dei carcerati nella società.

Le statistiche citate in questo rapporto suggeriscono un basso livello di educazione tra le donne incarcerate: nel Regno Unito, ad esempio, il 47% non ha alcuna qualifica scolastica. A un sistema penitenziario già debole di risorse (finanziarie e di personale) non si può certo chiedere il gravoso onere di compensare tutti i deficit scolastici, ma è lecito chiedere di offrire ai detenuti la possibilità di acquisire le conoscenze scolastiche di base che siano necessarie alla loro futura reintegrazione nella società. Allo stesso modo, per prevenire le difficoltà legate alla ricerca di un alloggio e di un reddito regolare che possa provvedere ai bisogni suoi e dei suoi figli, generalmente affrontate dalle donne uscite dal carcere, il rapporto raccomanda che siano posti in essere, in ogni centro di detenzione, dei programmi di accompagnamento e di sostegno individuali, accessibili a tutte le detenute su base volontaria, al fine di definire e mettere in opera un progetto personale di inserimento sociale. A questo proposito il rapporto “tira le orecchie” agli Stati membri, incoraggiandoli a investire più risorse per la creazione di programmi di alfabetizzazione, educazione e formazione professionale nel quadro penitenziario, utilizzando a questo fine strumenti messi a disposizione dall'UE quali il Fondo sociale europeo e il programma Progress.



Fonte: Redattore sociale , 30/01/2008


pubblicato: 30-01-2008 - modificato: 30-01-2008




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